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Raramente gli edifici
antichi sono giunti sino a noi nella versione
originale, anche la parrocchiale del borgo
non è purtroppo sfuggita a questa
sorte.
La costruzione ebbe inizio a partire dal
1222. Nel 1230 doveva già essere,
anche se parzialmente, ultimata perché ospitò gli
uomini di Levanto che promisero davanti
ad un notaio, di rispettare i patti stipulati
e giurati con i signori Da Passano l’anno
prima. Verso la fine del duecento probabilmente
la chiesa medioevale a tre navate era finita.
Il 20 maggio 1463 fu consacrata solennemente,
come ricordato da una lapide marmorea murata
sul secondo pilastro a destra entrando.
Successivamente la fabbrica fu ampliata
alle attuali cinque campate, con lo sfondamento
delle due fiancate laterali, intervento
con il quale ne fu irrimediabilmente compromesso
lo stile originale.
Tra la fine dell’Ottocento ed i primi
due decenni del Novecento la facciata e
l’interno furono restaurati sotto
la direzione di Alfredo D’Andrade,
il quale cercò di riportare il tempio
a quella che riteneva fosse la sua immagine
medievale.
La facciata, preceduta da un ampio piazzale
ottocentesco, è certamente uno degli
elementi architettonici più pregevoli
del sacro edificio. Semplice ed elegante
allo stesso tempo, è caratterizzata
da fasce orizzontali bianche e scure alternate,
rispettivamente in marmo bianco di Carrara
ed in pietra verde locale.
All'interno, le cinque navate sono divise
da colonne e pilastri. I capitelli delle
colonne sono di restauro, mentre quelli
dei pilastri sono in parte originale. Nella
profonda abside, illuminata da due grandi
monofore, è installato un bel coro
ligneo del 1589, intagliato e scolpito,
restaurato nel 1706. Entrando nel tempio,
subito sulla destra, si trova una lastra
in marmo bianco scolpita a rilievo, raffigurante
il vescovo Bartolomeo Pammoleo, attribuita
allo scultore genovese Michele d’Aria.
Subito dopo si trova una tela dipinta (cm.
160x100) in cui è rappresentato
il Martiro di San Sebastiano, contornata
da un’elegante cornice marmorea cinquecentesca.
L’altare maggiore e il pulpito, entrambi
in marmo del XVIII secolo, sono di scuola
genovese.
Nella navata laterale sinistra si trovano
altre opere di indubbio pregio artistico,
come il Crocifisso ligneo dipinto del XV
secolo, di provenienza ignota, oggetto
di particolare venerazione da parte dei
Levanti, forse anche perché legato
alla tradizione popolare secondo la quale
sarebbe stato trovato, dopo una mareggiata,
nella parte occidentale della spiaggia
di Levanto, che da allora si chiama Vallesanta.
Il patrimonio orafo custodito in Sant’Andrea
annovera due oggetti liturgici d’estremo
interesse: il calice detto di Enrico VIII,
un vero e proprio chef-d’ouvre d’oreficeria
parigina, ed un ostensorio d’argenteria
lombarda, entrambi del primo Cinquecento.
Il calice, di dimensioni e peso imponenti, è in
argento fuso, sbalzato, cesellato e dorato.
Secondo la tradizione orale fu vinto in
una partita a scacchi dall’insigne
levantese Giovanni Da Passano ad Enrico
VIII d’Inghilterra. In effetti il
calice è stato realizzato, come
ha scoperto Donata Devoti, da un argentiere
parigino, e dopo l’attribuzione di
questa studiosa è stato esposto
a Parigi ad una mostra internazionale sull’oreficeria
francese del Rinascimento.
L’ostensorio, in argento fuso, sbalzato,
cesellato e dorato, con smalti traslucidi
e paste vitree, è a teca cilindrica
in vetro che racchiude la lunetta portaostia.
Un’opera quindi di prestigio, eseguita
da una artista di scuola lombarda nella
fase di passaggio tra tardo gotico e rinascimento.
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